Prima di addentrarci nella lingua del vino e di scoprire il fantastico mondo dell’enologia e la viticoltura dal punto di vista della lingua inglese, credo sia opportuno e interessante fare un’introduzione in merito alla storia e alla cultura del vino nei principali mondi anglosassoni: Gran Bretagna e Stati Uniti.
GRAN BRETAGNA
Per trovare le prime tracce di consumo di vino nei territori britannici bisogna andare indietro nel tempo al periodo delle dominazioni romane in cui ci fu l’introduzione delle pratiche di vinificazione che portò ad una grande diffusione dei vigneti.
Tranne qualche periodo buio, nei secoli successivi la produzione di vino inglese continuò a crescere grazie anche al clima favorevole caratterizzato da estati lunghe e particolarmente calde.
Nel 1600 poi la Gran Bretagna fu colpita da molteplici catastrofi, una fra tutte fu la peste bubbonica che colpì duramente tutta la nazione. Come si può ben immaginare questo periodo, insieme al peggioramento climatico, incise negativamente nella produzione vinicola che venne interrotta bruscamente.
Per assistere alla rinascita del vino in Gran Bretagna dobbiamo spostarci di molti anni e arrivare al 1945. In questo periodo Ray Barrington Brock diede vita a degli esperimenti e ricerche con il fine di trovare le varietà di vitigni più idonee al freddo clima inglese.
Fu seguito poi da Guy Salisbury Jones che 6 anni dopo decise di piantare un acro di viti vicino alla sua casa nell’Hampshire. Qualche anno più tardi, proprio da queste viti, ricavò il primo vino commercializzato dopo quasi ottant’anni.
Un’altra conquista per la viticoltura britannica fu il passaggio da vino secco a vino spumante. Fino agli anni 80 i terreni della Gran Bretagna erano occupati per la maggior parte da vitigni di origine tedesca, come Müller Thurgau, Reichenstein, Huxelrebe, Schonsburger e Bacchus.
Nel corso degli anni però questa situazione è stata completamente capovolta, troviamo adesso una maggioranza di vigneti di Chardonnay, Pinot Noir e Meunier. Varietà che vengono usate soprattutto per la produzione di spumanti metodo classico.
Oggi si possono trovare vigneti sparsi in ogni area dell’Inghilterra, del Galles e perfino della Scozia, ma le zone più vocate grazie alle condizioni climatiche più favorevoli sono quelle del su-est, nelle contee del Kent, Sussex, Surrey e Hampshire.
Complice di questo boom produttivo è sicuramente il cambiamento climatico che sta favorendo la produzione di molteplici varietà. Il clima inglese infatti non sembra più essere una minaccia per i produttori vinicoli.
Si parla proprio di “Paradosso del Clima” in cui un evento negativo come quello del cambiamento climatico riesce a trasformarsi in un’opportunità di crescita nel settore del vino che, a livello teorico, dovrebbe essere invece quello maggiormente colpito. Grazie proprio all’innalzamento delle temperature, in Gran Bretagna si è palesata la possibilità di coltivare vitigni più tradizionali alle sue latitudini ed ampliare così il portafoglio commerciale dei vini prodotti
Sicuramente il periodo attuale non è dei migliori per gli inglesi, la Brexit prima e il Covid poi hanno portato non pochi problemi ai produttori. Ciò che è certo però è la voglia di questo paese di emergere in questo settore, grazie anche ad una nuova generazione di viticoltori appassionati e qualificati che sempre di più vogliono specializzarsi in questo settore.
STATI UNITI
La produzione di vino negli Stati Uniti d’America ha inizio con i primi insediamenti europei avvenuti nel XVI secolo circa. Questi colonizzatori furono subito attratti dalle specie di viti americane con l’obiettivo di produrre un vino simile a quello europeo. Ben presto si accorsero però che questo loro intento risultava impossibile vista la differenza tra le viti americane e quelle europee, iniziarono quindi ad importare dall’Europa esemplari di Vitis Vinifera con lo scopo di piantarle negli Stati Uniti per ottenere un prodotto sempre più uguale a quello da loro conosciuto e apprezzato.
Le primi coltivazioni di viti ebbero luogo in Virginia, stato considerato il più favorevole dal punto di vista metereologico. Ben presto però i produttori si accorsero che né qui né in altri stati era possibile avviare una produzione a causa della presenza di malattie e parassiti, di cui il più temibile era la fillossera. Per risolvere questo problema si pensò dunque di attuare la stessa pratica europea, quella cioè di incrociare le specie native americane con quelle europee. La California fu il primo stato ad ottenere i primi successi della coltivazione delle specie Europee, verso la metà del 1700. La “corsa all’oro” che arrivò in seguito spostò masse di popolazione verso ovest, e contribuì in modo determinante allo sviluppo economico della California.
Ad oggi infatti la California produce il 90% del vino degli Stati Uniti.
Questo sviluppo della viticoltura negli Stati Uniti si arrestò con l’introduzione del diciottesimo emendamento della Costituzione che segnava l’inizio del periodo del proibizionismo. Dal 1919 al 1933, il provvedimento vietò di fatto la produzione e la commercializzazione di qualunque bevanda alcolica. Anche dopo la revoca dell’emendamento, a causa della recessione economica, l’industria del vino faticò a risollevarsi.
Solo nel 1970 vi fu finalmente una ripresa della produzione enologica, soprattutto nella California, e oggi gli Stati Uniti producono circa venti milioni di ettolitri di vino all’anno, posizionandosi al quinto posto nella produzione mondiale.
È proprio in questo decennio che la reputazione del vino americano, fino ad oggi sottovalutato rispetto ad altre nazioni come Francia o Italia, inizia ad aumentare. Nel 1976 esce il primo numero di Wine Spectator, una delle riviste più importanti per il settore vitivinicolo che arriverà, al suo culmine, a 800.000 copie con distribuzione mondiale.
Nello stesso anno ci sarà una degustazione che segnerà una svolta per il vino americano. A Parigi infatti il mercante e appassionato di vini Steven Spurrier organizza il “Giudizio di Parigi”. All’Hotel Intercontinental vengono assaggiati, in comparazione, vini americani (i migliori californiani) e vini francesi (alcuni tra i più famosi chateaux) fatti con Cabernet sauvignon e Chardonnay. La degustazione è alla cieca, nessuno quindi è autorizzato a conoscere il nome del vino che si sta assaggiando. A sorpresa gli americani piazzano un vino al primo posto sia nei bianchi, con Chateau Montelena 1973, che nei rossi, con Stag’s Leap 73.
Da quel momento una nuova consapevolezza si palesa tra i vignaioli di tutti gli Stati Uniti e le grandi maison europee iniziano ad acquistare vigneti in California.
Nonostante questo la cultura del vino fatica ancora ad entrare nella società e quotidianità americana. Solo vent’anni dopo i consumi di vino avranno un boom invadendo supermercati e ristoranti di tutti gli Stati Uniti, facendo diventare questa nazione il primo mercato per consumi al mondo. Nel 1984 Robert Parker fonderà un’altra importantissima rivista per tutti gli operatori e appassionati del mondo, The Wine Advocate.


